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Lhabab Düchen: Buddhas Rückkehr aus dem Himmel

Lhabab Düchen: il ritorno del Buddha dal cielo

Lhabab Düchen è una festa del ritorno, della gratitudine e della luce nell'autunno tibetano.

Che cos'è Lhabab Düchen?

Quando nell'Himalaya le notti si allungano e i primi venti freddi attraversano i passi, il mondo tibetano celebra una delle sue feste più silenziose e al tempo stesso più importanti: Lhabab Düchen, il giorno in cui il Buddha Shakyamuni tornò sulla terra dal cielo dei Trentatré. Cade il 22° giorno del nono mese del calendario lunare tibetano, nel calendario gregoriano per lo più a fine ottobre o in novembre. Nel 2026 Lhabab Düchen cade domenica 1° novembre.

Il nome spiega l'evento. Lhabab significa in tibetano all'incirca “discesa dal regno degli dèi”, e Düchen vuol dire “grande evento” o “occasione importante”. Lhabab Düchen è dunque, letteralmente, il grande evento della discesa. Nei testi tedeschi e inglesi si incontra anche la grafia Lhabab Duchen, senza dieresi; si tratta della stessa festa.

Per i praticanti del buddhismo tibetano questo giorno è uno dei quattro grandi Düchen dell'anno, quei giorni particolari in cui le azioni positive come quelle negative vedono moltiplicarsi il loro effetto karmico. Nel giorno stesso di Lhabab Düchen la forza karmica di ogni azione si rafforzerebbe cento milioni di volte. Ciò che viene fatto, detto e pensato in questo giorno ha, secondo questa concezione, un peso particolare.

I quattro grandi Düchen dell'anno tibetano

Il calendario tibetano conosce quattro giorni che ricordano eventi decisivi della vita del Buddha e che vengono chiamati Düchen. Chotrul Düchen, il 15° giorno del primo mese, ricorda i miracoli che il Buddha compì per convincere gli scettici del suo insegnamento. Saga Dawa Düchen, il 15° giorno del quarto mese, riunisce nascita, risveglio e Parinirvana; a questo mese più sacro abbiamo dedicato un articolo a sé: Saga Dawa. Chökhor Düchen, il 4° giorno del sesto mese, celebra il primo insegnamento, la prima messa in moto della ruota del Dharma. Lhabab Düchen, il 22° giorno del nono mese, chiude questo cerchio con il ritorno del Buddha dal cielo.

Insieme, i quattro giorni formano la spina dorsale dell'anno festivo tibetano. Una panoramica più breve di queste e altre feste la trovate nel nostro articolo Festival tibetani. Il presente articolo approfondisce ciò che lì è soltanto accennato: la storia dietro Lhabab Düchen, la pratica vissuta e la domanda su cosa questo giorno possa dirci oggi.

La storia: l'ascesa del Buddha al cielo dei Trentatré

Per comprendere Lhabab Düchen bisogna partire dalla madre del Buddha. Secondo la tradizione, la regina Mayadevi morì sette giorni dopo la nascita di suo figlio Siddhartha. Il principe fu cresciuto dalla sorella di lei, Mahaprajapati Gautami, che più tardi sarebbe diventata la prima monaca della comunità buddhista. Mayadevi stessa, si dice, rinacque in un regno degli dèi.

Anni dopo il suo risveglio, racconta la tradizione, il Buddha si recò per la durata di una stagione delle piogge nel cielo dei Trentatré, in sanscrito Trayastrimsa, il cielo degli dèi su cui regna Indra. Lì insegnò il Dharma per tre mesi, a sua madre e agli dèi riuniti. Secondo la tradizione tibetana trasmise in quel periodo l'Abhidharma, quella parte dell'insegnamento che scompone la mente, la percezione e i fenomeni nei loro elementi più sottili. Mayadevi, si narra, trovò attraverso questo insegnamento l'accesso alla liberazione.

In alcune versioni della storia Mayadevi rinasce nel cielo di Tushita e da lì giunge al cielo dei Trentatré per ascoltare suo figlio. Questo spiega perché nelle presentazioni della festa vengano talvolta nominati entrambi i cieli. Il luogo dell'insegnamento e il punto di partenza del ritorno sono però, nella tradizione tibetana, il cielo dei Trentatré.

Ciò che condusse il Buddha lassù non era il desiderio di una quiete celeste. Era la gratitudine. Il Risvegliato, che per sé non aveva più nulla da raggiungere, salì per ricambiare la bontà di sua madre, che gli aveva donato la vita e per questo aveva perso la propria. Questa motivazione è il cuore della festa, e ci accompagnerà ancora nel corso di questo articolo.

La discesa a Sankasya: la triplice scala

Sulla terra i discepoli sentivano la mancanza del loro maestro. Maudgalyayana, noto tra loro per le sue facoltà soprannaturali, salì secondo la tradizione fino al cielo e pregò il Buddha, a nome della comunità, di fare ritorno. Il Buddha acconsentì, e il 22° giorno del nono mese discese.

I racconti descrivono questo momento con immagini luminose. Una triplice scala d'oro, d'argento e di pietre preziose collegava il cielo alla terra. Il Buddha discese lungo la scala centrale, accompagnato da Brahma e Indra, le due divinità più alte del mondo indiano, che lo scortavano sulle due scale esterne. Dèi e uomini si videro gli uni gli altri in quell'istante, e il cielo, si dice, si aprì a tutti gli sguardi.

Il luogo della discesa fu Sankasya, l'odierna Sankissa, nel nord dell'India. Fin dall'antichità è annoverata tra gli otto grandi luoghi della vita del Buddha, accanto a Lumbini, Bodhgaya, Sarnath e Kushinagar. Una colonna dell'imperatore Ashoka con un capitello a forma di elefante vi ricorda l'evento fino a oggi. I pellegrini tibetani che si recano in India visitano Sankasya come un luogo in cui cielo e terra si sono toccati.

Lhabab Düchen e il peso delle azioni

L'idea che l'effetto di ogni azione si moltiplichi in questo giorno plasma l'atteggiamento con cui le tibetane e i tibetani vivono Lhabab Düchen. Non è un giorno in cui ci si lascia trasportare. Molti prestano attenzione consapevole alle proprie parole, ai propri pensieri e al modo di trattare gli altri. Si evitano i litigi, si cerca la generosità, e chi di solito pratica poco si prende in questo giorno il tempo per la preghiera e il silenzio.

Per molti, della disciplina vissuta fa parte la rinuncia alla carne in questo giorno. Essa esprime la non violenza verso tutti gli esseri viventi e ricorda che l'insegnamento del Buddha non riguarda soltanto la mente, ma anche la tavola. Alcuni assumono inoltre gli otto precetti del Mahayana, un impegno di un giorno a una condotta semplice e consapevole.

L'idea dell'effetto moltiplicato non è però un gioco di calcolo. Invita a mettere, per un giorno, la qualità delle azioni quotidiane sotto una lente d'ingrandimento e a vedere ciò che di solito si trascura.

Tradizioni e rituali: cosa accade a Lhabab Düchen

Nei monasteri e nei templi la giornata comincia presto. Monaci e monache recitano preghiere e testi, e in molti monasteri si tengono lunghe cerimonie di puja. I laici visitano i templi, presentano offerte e si prostrano davanti alle immagini del Buddha. La prostrazione, in cui l'intero corpo tocca il suolo, è in questo giorno una pratica particolarmente diffusa. Unisce corpo, parola e mente in un unico gesto di venerazione.

Le lampade al burro vengono accese in gran numero, nei templi come a casa. L'incenso e i rituali di sang accompagnano la giornata. Nel sang si offre sui tetti e in luoghi elevati un'offerta di fumo di ginepro ed erbe, il cui fumo, secondo la concezione tibetana, purifica e rallegra i Buddha, le divinità protettrici e gli spiriti dei luoghi. L'incenso tibetano tradizionale come il Riwo Sangchoe, utilizzato per l'omonimo rituale di offerta di fumo, ha a Lhabab Düchen il suo posto fisso.

I mantra vengono recitati per tutta la giornata, da soli, in famiglia o in comunità. Ne fanno parte anche i pellegrinaggi ai luoghi sacri e la circumambulazione di templi, stupa e monasteri. A Lhasa, in questo giorno, numerosi pellegrini si radunano intorno al tempio del Jokhang e lo circumambulano, molti con una ruota di preghiera e un mala in mano. La generosità si manifesta in donazioni ai monasteri, in pasti per i bisognosi e nel riscatto di animali destinati al macello.

Scale dipinte di fresco: un'immagine della discesa

Una particolarità di Lhabab Düchen è un'usanza che a prima vista appare enigmatica. In Tibet e nel Sikkim, intorno alla festa, sulle rocce vicino ai monasteri vengono dipinte di fresco delle scale. Sono un'immagine della scala celeste lungo la quale il Buddha discese, e ricordano a chiunque vi passi accanto il motivo della festa. In Tibet, per l'occasione, in molti luoghi vengono ritinteggiate anche le pareti esterne di case e templi, come se si volesse accogliere il maestro in una dimora appena rimessa a nuovo.

La scala è qui più di un segno di un evento del passato. Rappresenta la via che collega cielo e terra, e con ciò l'insegnamento stesso, portato da un'altra sfera nel mondo degli uomini. Chi vede una simile scala su una roccia vede l'insegnamento come qualcosa che viene dall'alto e arriva quaggiù.

La luce in autunno: lampade al burro e offerte

Lhabab Düchen cade in un periodo in cui le giornate si accorciano. Forse è per questo che la luce è così presente in questa festa. Nei templi e nei santuari ardono file di lampade al burro, e in molte case quella sera si accende una lampada in più del solito.

La lampada al burro è nel buddhismo tibetano il simbolo della saggezza che dissolve l'oscurità dell'ignoranza. A Lhabab Düchen questa immagine acquista un significato ulteriore: il Buddha torna dal cielo in un mondo che ha bisogno del suo insegnamento, e la lampada rappresenta la luce che egli porta con sé. Viene accesa davanti all'immagine del Buddha, con una breve preghiera o in silenzio.

Accanto alla luce vengono presentate le offerte classiche: acqua, fiori, incenso, profumo e cibo nelle coppe di offerta dell'altare. Molte famiglie riempiono le coppe quella mattina con particolare cura. I doni non sono il pagamento di qualcosa, ma un esercizio di generosità che si orienta verso il Buddha e da lì si estende a tutti gli esseri.

Gratitudine verso la madre: il cuore di Lhabab Düchen

Dietro le lampade, le scale e le preghiere c'è un pensiero semplice che sorregge la festa: la gratitudine. Il Buddha salì al cielo per ricambiare la bontà di sua madre. Secondo tutto ciò che la tradizione riferisce, non avrebbe più avuto nulla da raggiungere. Eppure si prese tre mesi per servire la donna che gli aveva dato la vita. L'insegnamento che diede lassù era la cosa più preziosa che possedesse.

Nella cultura tibetana la venerazione dei genitori ha un alto valore. La bontà della madre, che porta il bambino per nove mesi, lo nutre, lo protegge e rinuncia per lui, è considerata nei testi buddhisti la misura di ogni bontà. Che sia proprio il Risvegliato a ricambiare visibilmente questa bontà fa di Lhabab Düchen una festa che può essere compresa ben oltre la sfera religiosa.

In Bhutan Lhabab Düchen è un giorno festivo pubblico, e il paese lo celebra al tempo stesso come festa della mamma. Non è la casuale coincidenza di due ricorrenze, ma una lettura coerente della storia: chi onora il Buddha che ringrazia sua madre, onora insieme la propria madre.

Tutti gli esseri come madri: Lhabab Düchen e la Bodhichitta

Il buddhismo tibetano appartiene alla tradizione Mahayana, al cui centro sta la Bodhichitta, la mente del risveglio, che cerca la liberazione per tutti gli esseri e non solo per sé. Chi ha incontrato questo pensiero in Saga Dawa lo ritrova a Lhabab Düchen da un altro lato.

La tradizione d'insegnamento tibetana conosce una contemplazione che descrive il cammino verso la Bodhichitta per gradi. All'inizio sta la riflessione che ogni essere, nel ciclo infinito delle rinascite, è stato un giorno nostra madre. Segue il ricordo della bontà che una madre dimostra al proprio figlio. E da ciò nasce il desiderio di ricambiare questa bontà, e precisamente a tutti gli esseri, non solo ai propri cari. Per questo nelle preghiere tibetane si incontra continuamente l'espressione “gli esseri che un tempo furono nostre madri”.

Lhabab Düchen mostra questa contemplazione alla sua origine. Il Buddha che sale al cielo per sua madre è l'archetipo del bodhisattva che percorre la via per tutte le madri, cioè per tutti gli esseri. Chi in questo giorno pensa alla propria madre può proseguire il pensiero da lì: verso i genitori, la famiglia, le persone vicine e infine verso tutti coloro che vivono.

Impermanenza e ritorno: cosa insegna la discesa

La storia di Lhabab Düchen comincia con una morte. La madre del Buddha muore pochi giorni dopo la nascita, e il figlio cresce senza di lei. L'impermanenza è presente fin dalla prima riga, non come principio dottrinale, ma come esperienza. Che il Buddha anni dopo salga al cielo per incontrarla non cancella questa perdita. Le dà un senso.

Altrettanto significativo è che il Buddha non resti in cielo. Egli ritorna, in un mondo di malattia, vecchiaia e morte, perché lì si trovano gli esseri che hanno bisogno del suo insegnamento. La discesa è una decisione a favore del mondo. L'insegnamento non appartiene a una sfera remota, ma alla terra, alla vita quotidiana, alle persone. Ogni scala su una roccia del Tibet dice esattamente questo.

Per la propria pratica ciò significa: meditazione e preghiera non sono un ritiro dalla vita, ma una preparazione ad essa. Chi a Lhabab Düchen accende una lampada non lo fa per sfuggire alla quotidianità, ma per tornarvi con un po' più di luce.

Come vivere Lhabab Düchen nella quotidianità occidentale?

Questa domanda se la pongono molte persone vicine al buddhismo tibetano che però non vivono in una comunità tradizionale. La risposta è più semplice di quanto si pensi. Non servono né un tempio né un giorno festivo per coltivare le qualità di questa giornata.

Un buon punto di partenza è il proprio altare domestico, per quanto piccolo sia. La mattina del 1° novembre si possono riempire le coppe di offerta con acqua fresca, accendere una lampada al burro o una candela davanti all'immagine del Buddha e accendere un bastoncino d'incenso, che nella tradizione tibetana viene utilizzato come offerta e per la purificazione dello spazio. Chi possiede un mala può recitare in questo giorno un giro del mantra Om Mani Padme Hum, con attenzione e senza fretta.

Una bandiera di preghiera appesa di nuovo in questo giorno, sul balcone, in giardino o alla finestra, porta secondo la concezione tibetana i buoni auspici nel vento d'autunno. Il suo movimento ricorda ogni giorno, nelle settimane successive, l'intenzione con cui è stata appesa.

E poi c'è il gesto che forse appartiene più di ogni altro all'essenza di Lhabab Düchen e per il quale non serve nulla: la gratitudine verso i propri genitori. Una telefonata. Una visita. Una lettera che dice ciò che altrimenti resta non detto. Chi non può più raggiungere i propri genitori può accendere per loro una lampada e ringraziarli nel pensiero. La tradizione tibetana direbbe: non c'è modo migliore di vivere questo giorno.

Le statue e lo spazio del ricordo

Un'antica tradizione collega i tre mesi di assenza del Buddha alla nascita della prima immagine del Buddha. Il re Udayana, si narra, fece realizzare per nostalgia del maestro una statua di legno di sandalo, per poterla venerare al suo posto. Se la storia vada presa alla lettera, resti una questione aperta. Dice però qualcosa di vero sulla statua nel buddhismo: essa tiene il posto di un'assenza e al tempo stesso ricorda un ritorno.

Chi a Lhabab Düchen contempla una statua del Buddha Shakyamuni può rendersi presente esattamente questo. Le statue sui nostri altari sono realizzate e dipinte a mano da artigiani tibetani dell'Himalaya. Poiché ogni pezzo è realizzato a mano, nessuno è uguale all'altro. Un khata, la sciarpa di seta bianca, posato in questo giorno attorno alla base della statua, è la forma di benvenuto più silenziosa che la cultura tibetana conosca. Con esso si dà il benvenuto al maestro che è tornato.

Per concludere: un giorno che riporta a casa

Lhabab Düchen è una festa silenziosa. Non vive di danze mascherate e grandi processioni, ma di lampade, scale, preghiere e di un pensiero che tiene tutto insieme: la bontà che abbiamo ricevuto chiede di essere ricambiata, e la via per farlo non conduce fuori dal mondo, ma dentro di esso.

Forse è questo l'invito che questo giorno d'autunno rivolge. Fermarsi e chiedersi a chi si è grati. Accendere una luce. E poi, come il Buddha, tornare: alle persone, alla vita quotidiana, a casa.

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Sapere, cultura e storie dal Tibet

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